Il caldo torrido dei tropici gioca brutti scherzi. A quella latitudine la superficie sembra evaporare verso il cielo. L’orizzonte, distorto da roventi miasmi, svanisce in lontananza, sotto lo sguardo attento della sentinella. Le figure bianche degli uomini del deserto, si deformano disegnando linee sottili, candide, che sinuosamente si muovono verso l’alto.
Io
ero in sella al carro, bardato con l’elmo e la corazza, esposto al sole senza
alcuna difesa, correndo incontro all’aria rarefatte dall’arsura, tra moderne
carovane meccanizzate, che pesantemente si infossavano nel selciato.
Il
beduino ci osservava con diffidenza, mentre scorrevamo davanti ai suoi occhi
scuri, che ci scrutavano intensamente, fino a penetrarci nel cuore.
Il
sudore scivolava sul viso teso, perdendosi oltre il mento, più che fenomeno del
caldo era l’effetto della paura, che attanagliava l’anima e ci accompagnava in
ogni istante, diventando l’ombra delle nostre angosce.
Mi
ero distratto un momento, il mio sguardo mascherato da occhiali scuri,
più che proteggere dai raggi del sole ci evitavano l’imbarazzo della nostra
presenza, si soffermava su un angolo di deserto, dove bambini, come tanti nel
mondo, spensierati si divertivano.
Il
loro entusiasmo era contagioso. In loro rivedevo mio figlio, bambino, e lo
immaginavo gioioso mentre correva con indosso la maglia conquistata a fatica.
Lui, diversamente da loro, non conosceva la mostruosità della guerra.
La
guerra è una cosa da adulti, loro la subiscono e basta. Nessuno ha chiesto il
loro parere, nessuno ha pensato perché la loro vita è diventata un incubo da
cui non riescono a svegliarsi.
Tra
loro scorgo uno, più smilzo degli altri, animato dallo stesso entusiasmo, solo
l’andatura della sua corsa lo distingueva dagli altri bambini. Lui non correva,
ma si trascinava a fatica senza una gamba, attaccato ad una stampella.
Il
ricordo di una mina, un momento ludico finito in tragedia.
Non
mi è consentito piangere, solo provare compassione.
Ci
videro, fermarono il gioco, mettendosi lungo il bordo della strada, ed
incantati ci ammirarono mentre sfilavamo in parata sotto il loro sguardo di
angeli.
In
quel momento mi resi conto chi ero. Non ero un soldato comune, inquadrato
in una carovana anonima di potere, ma un uomo di sentimenti. Una speranza.
Li
salutai con un cenno e loro, generosamente, mi elargirono con gioia un sorriso
candido.
La
missione continuava, ora mi era chiaro anche lo scopo della mia vita, perché
avevo sempre scelto i sentieri più difficili, abbracciando la causa degli
esclusi.
In
quel momento non mi interessavano le ragioni che ci avevano portato in quella
landa tormentata dalla morte. Quello che contava, in quel istante, era
che io ero lì a dare un sorriso a quei bambini.
La
missione continuava. Procedevamo sopra catafalchi ferrosi, gommati come
cingoli, esposti all’aria afosa dei tropici, infagottati in moderne armature,
ideate da stilisti pragmatici, senza concessioni all’estetica, con lo scopo
unico di creare un’immagine aggressiva, efficace a suscitare il terrore nel
nemico. Omologati esteriormente e nello spirito. Così dovevamo apparire
all’ignaro viandante che incrociava timoroso il nostro passo lento, pesante e
possente.
L’arma
in mano, il prolungamento delle nostre angosce, puntava minacciosa.
Le
braccia robuste, esibite al caldo autunnale, sopportavano stoicamente, senza
affanno, il peso di quella preoccupazione.
Il
nemico dove era?
In
quell’angolo remoto, animato dall’anima malvagia della guerra, la quotidianità
dell’esistenza era considerata fatale.
La
minaccia era totale, e poteva nascondersi dietro lo sguardo innocente di
un ragazzo, sotto i vestiti moderni da discoteca, nello zaino svuotato dai
libri di scuola.
La
minaccia poteva esplodere in ogni istante, in ogni aspetto della vita di ogni giorno.
Da
noi, la normalità, è caratterizzata dalla noia, dal ripetersi di gesti
meccanici, sottratti alla soglia di attenzione della mente e delegati alla
competenza dei nervi.
Lì,
invece, un luogo comune, un mercato, un cinema, un autobus, poteva diventare il
teatro ideale nel quale la minaccia poteva esibirsi in tutta la sua forza
distruttiva.
La
quotidianità diventava un’ossessione della mente, la paura di incappare nella
morsa cieca del terrore.
Questo
è quanto pensavo, mentre vigilavo sul mio carro armato. Per contro, in me,
la paura doveva essere soppressa dalla coscienza, perché ero consapevole e,
soprattutto rassegnato, di essere un obiettivo, un bersaglio, privo di
speranza. La morte poteva prendermi in qualsiasi momento della mia esistenza quotidiana.
Speravo solo di poterla abbracciare senza alcuna sofferenza.
Pensai
anche al mio amico, quel giorno sarebbe stato il suo compleanno, ci univano
anni d’esperienza in comune, di solidarietà verso gli esclusi, e soprattutto la
passione per il mestiere difficile e l’attaccamento alla divisa.
E'destino, a volte, che certi avvenimenti trasformano
una data qualunque del calendario in un ricordo indimenticabile.
Guardai
ancora quei bambini che si erano allontanati per ritornare alla loro normalità,
alla spensieratezza dei giochi, dove una carcassa di carro armato era diventato
un castello incantato.
Il
mio amico li considerava come i suoi figli, diceva che erano dei lumicini di
candela in balia dell’uragano, e, pieno di compassione per loro, dedicava il suo
tempo libero a quelle fragili luci, desiderando che diventassero fiamme robuste
e libere.
Il
suo spirito libero mi accompagna sempre ed in me sento ancora la speranza
che ardeva nel suo cuore di vedere un giorno la pace esplodere come fuochi
d’artificio in quei luoghi sfortunati.
I suoi anni più belli hanno smesso di scorrere quel tragico 12
novembre del 2003.
L.C.
Quello che contava, in quel istante, era che io ero lì a dare un sorriso a quei bambini.
RispondiEliminai bambini la speranza della vita un vita migliore un fututo ,che non esiste ,se noi ..stupenda ...e resto in silenzio .....
Ricordo struggente di una guerra ingiusta, e mi domando sei tu che ricordi ? Sei stato militare e mandato in quei luoghi di guerra a detta dei politici, in missione di pace dove invece in tanti trovarono la morte !
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