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domenica 29 settembre 2013

L'ordine del dittatore



E' impossibile sfuggire all'ordine
delle parole, del razionale.
Tutto ha senso sotto la sua regia,
La nostra mente, forgiata
dal giogo del concetto,
nulla può contro 
la dittatura del logos.
Siamo funzionari di quella legge
indifferente all'anima,
e ci muoviamo su linee
tracciate dal legislatore.
Vie, confinate entro alte mura,
oltre le quali non scorgiamo nulla.
Eppure gli oggetti, perfettamente
inquadrati in regole e significati,
prevaricati dalla nostra volontà,
avrebbero altri sensi, o nessuno,
L'io è diviso, tra cio che non è
e la prigionia del senso.
Perché tutto deve avere un senso?
Perché cio che è noto, violentato
dal concetto, non potrebbe
essere qualcosa altro
che sfugge alla ragione?
Questo mondo è una possibilità!
Modellato dalla nostra volontà!
La terra non ha bisogno
del battesimo dell'uomo.
Non ha nome, non ha scopo,
nulla di quello che l'uomo gli
ha attribuito ha senso per lei.
L'uomo senza la ragione,
sarebbe un cosa tra le cose,
apparterrebbe alla terra,
alle sue cicliche stagioni,
non sarebbe estraneo nella sua casa,
fino alla fine del tempo.

venerdì 20 settembre 2013

La vita non fa sconti

Speranze deluse,
fardelli fatali che,
come pesi della mente,
affondano 
nel profondo dell'anima.
Sei solo,
sotto la scrosciante 
pioggia dell’indifferenza,
e cammini avvolto 
dall'angoscia.
Lo sguardo è vitreo,
I pensieri, affranti dal dolore
delle ferite, lacerano il cuore.
Respiri il vuoto e
il nulla ti è accanto
come un ombra.

La vita non fa sconti!

lunedì 16 settembre 2013

Nassyria




Il caldo torrido dei tropici gioca brutti scherzi. A quella latitudine la superficie sembra evaporare verso il cielo. L’orizzonte, distorto da roventi miasmi, svanisce in lontananza, sotto lo sguardo attento della sentinella. Le figure bianche degli uomini del deserto, si deformano disegnando linee sottili, candide, che sinuosamente si muovono verso l’alto.
Io ero in sella al carro, bardato con l’elmo e la corazza, esposto al sole senza alcuna difesa, correndo incontro all’aria rarefatte dall’arsura, tra moderne carovane meccanizzate, che pesantemente si infossavano nel selciato.
Il beduino ci osservava con diffidenza, mentre scorrevamo davanti ai suoi occhi scuri, che ci scrutavano intensamente, fino a penetrarci nel cuore.
Il sudore scivolava sul viso teso, perdendosi oltre il mento, più che fenomeno del caldo era l’effetto della paura, che attanagliava l’anima e ci accompagnava in ogni istante, diventando l’ombra delle nostre angosce.
Mi ero distratto un momento, il mio sguardo mascherato da occhiali scuri,  più che proteggere dai raggi del sole ci evitavano l’imbarazzo della nostra presenza, si soffermava su un angolo di deserto, dove bambini, come tanti nel mondo, spensierati si divertivano.
Il loro entusiasmo era contagioso. In loro rivedevo mio figlio, bambino, e lo immaginavo gioioso mentre correva con indosso la maglia conquistata a fatica. Lui, diversamente da loro, non conosceva la mostruosità della guerra.
La guerra è una cosa da adulti, loro la subiscono e basta. Nessuno ha chiesto il loro parere, nessuno ha pensato perché la loro vita è diventata un incubo da cui non riescono a svegliarsi.
Tra loro scorgo uno, più smilzo degli altri, animato dallo stesso entusiasmo, solo l’andatura della sua corsa lo distingueva dagli altri bambini. Lui non correva, ma si trascinava a fatica senza una gamba, attaccato ad una stampella.
Il ricordo di una mina, un momento ludico finito in tragedia.
Non mi è consentito piangere, solo provare compassione.
Ci videro, fermarono il gioco, mettendosi lungo il bordo della strada, ed incantati ci ammirarono mentre sfilavamo in parata sotto il loro sguardo di angeli.
In quel momento mi resi conto chi ero.  Non ero un soldato comune, inquadrato in una carovana anonima di potere, ma un uomo di sentimenti. Una speranza.
Li salutai con un cenno e loro, generosamente, mi elargirono con gioia un sorriso candido.    
La missione continuava, ora mi era chiaro anche lo scopo della mia vita, perché avevo sempre scelto i sentieri più difficili, abbracciando la causa degli esclusi.
In quel momento non mi interessavano le ragioni che ci avevano portato in quella landa tormentata dalla morte.  Quello che contava, in quel istante, era che io ero lì a dare un sorriso a quei bambini.


La missione continuava. Procedevamo sopra catafalchi ferrosi, gommati come cingoli, esposti all’aria afosa dei tropici, infagottati in moderne armature, ideate da stilisti pragmatici, senza concessioni all’estetica, con lo scopo unico di creare un’immagine aggressiva, efficace a suscitare il terrore nel nemico. Omologati esteriormente e nello spirito. Così dovevamo apparire all’ignaro viandante che incrociava timoroso il nostro passo lento, pesante e possente. 
L’arma in mano, il prolungamento delle nostre angosce, puntava minacciosa.
Le braccia robuste, esibite al caldo autunnale, sopportavano stoicamente, senza affanno, il peso di quella preoccupazione. 
Il nemico dove era?
In quell’angolo remoto, animato dall’anima malvagia della guerra, la quotidianità dell’esistenza era considerata fatale.
La minaccia era totale, e poteva  nascondersi dietro lo sguardo innocente di un ragazzo, sotto i vestiti moderni da discoteca, nello zaino svuotato dai libri di scuola.
La minaccia poteva esplodere in ogni istante, in ogni aspetto della vita di ogni giorno.
Da noi, la normalità, è caratterizzata dalla noia, dal ripetersi di gesti meccanici, sottratti alla soglia di attenzione della mente e delegati alla competenza dei nervi.
Lì, invece, un luogo comune, un mercato, un cinema, un autobus, poteva diventare il teatro ideale nel quale la minaccia poteva esibirsi in tutta la sua forza distruttiva.
La quotidianità diventava un’ossessione della mente, la paura di incappare nella morsa cieca del terrore.
Questo è quanto pensavo, mentre vigilavo sul mio carro armato. Per contro, in me, la paura doveva essere soppressa dalla coscienza, perché ero consapevole e, soprattutto rassegnato, di essere un obiettivo, un bersaglio, privo di speranza. La morte poteva prendermi in qualsiasi momento della mia esistenza quotidiana. Speravo solo di poterla abbracciare senza alcuna sofferenza.
Pensai anche al mio amico, quel giorno sarebbe stato il suo compleanno, ci univano anni d’esperienza in comune, di solidarietà verso gli esclusi, e soprattutto la passione per il mestiere difficile e l’attaccamento alla divisa.
E'destino, a volte, che certi avvenimenti trasformano una data qualunque del calendario in un ricordo indimenticabile.
Guardai ancora quei bambini che si erano allontanati per ritornare alla loro normalità, alla spensieratezza dei giochi, dove una carcassa di carro armato era diventato un castello incantato.
Il mio amico li considerava come i suoi figli, diceva che erano dei lumicini di candela in balia dell’uragano, e, pieno di compassione per loro, dedicava il suo tempo libero a quelle fragili luci, desiderando che diventassero fiamme robuste e libere.
Il suo spirito libero mi accompagna sempre ed in me sento ancora la speranza che ardeva nel suo cuore di vedere un giorno la pace esplodere come fuochi d’artificio in quei luoghi sfortunati.
I suoi anni più belli hanno smesso di scorrere quel tragico 12 novembre del 2003.

L.C.

mercoledì 11 settembre 2013

MICHELSTAEDTER

Dedico questa poesia al filosofo Carlo Michelstaedter e alla sua disperata ricerca di un significato per la vita. Morto suicida all'età di 23 anni (1887 / 1910).


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Solitario, siedo sull’argine del fiume.
L’acqua fluisce lenta.
I piedi, immersi in quel fluido,
Sentono i brividi del fondo.

I pensieri, ugualmente, scorrono via.
Incorporati in quelle strette anse.
Sassi consunti, trascinati,
Dolenti, sull’arenile.

Tutto fugge.
In un pensiero vacuo.
Estraneo al senso.
Assurdo nel divenire.

Immergersi
in quel fluido fuggente.
separarsi dagli affanni,
non essere più.


(Claudio Lix)

lunedì 2 settembre 2013

Incubo

il sogno ha preso forma,
si è materializzato in schermi deformi,
che vorticavano freneticamente,
trascinandomi in scie di turbolenze,
e luci psichedeliche, ipnotizzanti!
spuntarono tante mani,
raggrinzite come rami secchi,
che allungavano le proprie propaggini orrende,
su tastiere infuocate, che si scioglievano,
come la speranza di fronte al dolore delle delusioni
indietreggiavo, cercando di  fuggire
da quella trappola virtuale,
ma venivo investito totalmente dall'incubo,
impedito dalle gambe che,
simili a quelle di un burattino,
si dimenavano nel vuoto, senza avanzare
il cuore, percorso dall'angoscia di perdere terreno,
si agitava, aumentando i suoi battiti,
c’era un eco di rumore pesante
i miei passi si confondevano
con quelli di soldati in marcia,
con il viso da morto
teschi perfettamente allineati,
con impresso un ghigno orribile,
file infinite di calotte sbiancate dal tempo,
che riflettevano una luce sinistra
il loro passo era accompagnato da un canto di dannati,
un sottofondo di voci terrificanti,
un coro di diavoli che rompevano i timpani
con i loro strilli di sofferenza:
  
“la tua luce è spenta!
"la tua luce è spenta!

mi sentivo pietra sepolcrale
immobile, nella mia solitudine,
con sopra inciso un passato sbiadito
ho in mano un pennello,
dipingo una tela sanguinante,
personaggi inesistenti,
mostruosi, che prendono vita
mi insultano,
ed io, impotente a respingerli,
restavo bloccato nella mie angosce. 
calarono le tenebre,
il mio corpo lo vidi dipinto
di ferite che sanguinavano,
non ero solo,
mille occhi mi osservavano,
scrutandomi in silenzio,
fuggo!
cado, mi rialzo e cado ancora,
come una foglia fluttuante, impotente
che inerme giace sulla terra fredda,
l'abbraccio di una madre crudele,
la voragine si stava chiudendo. 
tutto sembrava perduto quando
una mano possente afferra il mio braccio,
la sua stretta è forte, sicura!
mi trascina fuori del baratro
nido di quello esercito di morti,
sento le loro mani uncinate
aggrapparsi ai lembi della mia pelle lacerata,
rallentandone l’inutile fuga!
il mio corpo, stremato da quella terribile prova,
si arrende vinto dal male!
la mano è lì, temeraria,
saldamente afferrata al mio braccio!
non indietreggia! la sua forza cresce,
lentamente, mi trascina fuori! verso la luce!
mi sveglio ancora agitato da quelle  orribili visioni!
stento a riconoscere la stanza!
guardo le mie mani, contratte dalla paura,
che toccano il viso, imperlato di sudore
mi desto da quelle sensazione di stordimento,
offuscante la realtà, ed infine mi sveglio!
la realtà, l’osservo nella mia stanza,
non mi pare migliore dell'incubo,
intanto, nella mia mente,
riecheggiano le ultime parole di quello inno di dannati: 

“la tua luce si è spenta!
“la tua luce si è spenta!