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domenica 20 maggio 2012

Il silenzio dentro di me.


I pensieri sono segnalibri
fermi all'ultimo bacio
all'ultimo sguardo,
all'ultimo sospiro.
Sapevo di te e di lui,
ma non quanto.
Rivedo occhi estranei,
privi di passione
sfuggenti a fissare il niente.
Sento l'eco di parole vuote
spine acuminate
che feriscono profondamente.
Anima irrequieta,
e mani contratte,
a somatizzare il dolore.
Soffri poco quando
non perdi nulla.
Corpo alieno alla mente,
sopravvivi per necessità,
in un tempo,
in uno spazio,
dove non ci sarà
l'illusione di un senso,
e continuerai a vivere
d'inerzia, senza amore.

mercoledì 2 maggio 2012

Panta rhei


Stringo un pugno di sabbia
La vedo scorrere lentamente tra le mie dita.
Scivola giù fino a confondersi con l’arenile
E’ sottile, impalpabile, quasi inconsistente.
Ha patito i tormenti di questo duro mondo
Non le chiudo la mano, per arrestarne la fuga
Lascio che scenda, annullandosi al suolo
abbandonando questa vita d’illusioni
sopportata senza usurparne un solo istante.

domenica 22 aprile 2012

La notte di S.Lorenzo


Nella notte di San Lorenzo le stelle, nel cielo scuro,
sembrano fari incollati su un manto nero.
La tenue luce impatta sul terreno, disegnando
linee e profili di case, appena celate dal buio.
Tale è il mio pensiero, una distesa oscura,
forata da quei bagliori, che custodiscono antichi ricordi.

Osservo la luna, il suo candore richiama
alla memoria il tuo volto ingenuo.
Il fogliame degli alberi, mosso dal vento,
simili a onde, mi ricordano le tue chiome.
I contorni delle vette sembrano rivivere,
prendendo la forma dei lineamenti del tuo viso.

Il sentiero di pietre, che dai miei piedi
si allontana nel fondo valle, fino a sparire,
somiglia alla mia anima, dai bordi sbiaditi
oltre i quali non si scorge alcun orizzonte.
Il tempo è fermo, nonostante il mio cuore
batte i secondi di un’esistenza, ancor viva.

Nell’aria infuocata dalla calura, si diffonde
l’eco del suono lacerante delle cicali,
che sembra volersi intonare con la tristezza
che rumoreggia nella mente, tormentata
dalla mancanza di una giovane speranza,
dissoltasi in un passato ormai lontano.

O luna! sempre eterna, cinica nel tuo sguardo,
nobile nel tuo contegno, che ci osservi con distacco
ricordi? quando indicandoti alla mia musa,
decantavo il tuo splendore, tessendo elogi
a te guardavo lei, fissandola negli occhi,
emozionandomi ad ogni parola sussurrata.

O luna! nel silenzio della notte,
solo tu udivi riecheggiare i battiti possenti
del cuore acerbo, di quel giovane innamorato,
confuso nell’anima di colei che stringendo
tra le braccia, le dichiarava eterno amore,
fedeltà assoluta e perenne passione.

Vane promesse!
Infrante da scelte sbagliate!
Illusioni deluse, che allora ci nutrivano,
e ora ci spezzano il cuore!
Luna, allora irradiavi gioia e speranza
Oggi ti osservo solitaria e raminga!

O luna! le mie mani! non accarezzano
più quel dolce candore, or sono secche,
orribili rami spogliati dalle superbe fronde!
Il cuore non palpita di gioia, ma sopravvive,
reggendo un'esistenza misera e sbiancata,
che trascina stanca le sue ombre inquietanti.

Attendo una stella cadente…

Senso



Sono travolto da una cascata d’immagini
foto sovrapposte una su l’altra
Tra tutte noto la mia,
consunta dal tempo e dagli affanni
I margini ingialliti, incerti,
racchiudono uno spazio sbiadito
I colori pallidi prevalgono e
confondono le linee essenziali.
Le tonalità gioiose del passato
sono fugate come polvere
Osservo sforzandomi di capire:
I ricordi sono come vestiti stretti,
La speranza, allora, una dolce fanciulla,
ora è una vecchia acciaccata
che non da più alcuna illusione.
La vita è fluita veloce, senza pausa
La guardo, i colori ingialliti
sono come veli che nascondono
ciò che ho cercato, o quello che non ho scorto.
Impotente, davanti al niente,
quasi mi spavento, ed il cuore mi batte
forte, perché, per un solo momento,
la mia mente si è dispersa in esso,
in un continuo spazio temporale
indefinito, dove la coscienza
è sembrata convivere con tutte quelle
cha l’hanno preceduta e quelle
che la seguiranno, annullandosi!
E’ questo il senso della vita?
Essere un punto nel nulla infinto?
Devo credere che questo castello,
di eterna inquietudine e sofferenza,
non sia altro che ciò in cui sfumiamo?
oppure sia la regia di un demone?
indifferente e cinico padrone del fato?
Tanto peso mi piega le spalle!
Rimango smarrito, sgomento!
Senza aver colto quel senso che ho cercato
Che, forse, non c’è o non riesco a vedere.

La Dea dell'Amore

Stanco dei duri affanni della vita,
che rendono grave l’esistenza,
col desio di una eterna gioia

volsi a scalare il monte Olimpo,
ove non alita l’arido spirito.

Ivi trovai il canuto custode,
dallo sguardo sereno, che,

con far gentile, mi esorta:
“Questa dimora è degli dei immortali!
tu che sei dall’atro spirito condannato
ad esistenza effimera, varcar tale

soglia non ti è consentito!”
Un cenno e si mossero armate di ciclopi,
terrificanti, deformati da orrendi ghigni,
posti a guardia dell’atrio,
oltre
 il quale percepivo lontani baccani,
vetri che urtavano per vanità divina.
violando la notte di risa e rumori
I mostri persuasero a pormi lungi da lì,

quindi, a tornare triste e sconsolato,
alle dure fatiche dell'aratro.

Rivolsi l’ultimo sguardo a quel palazzo
decorato d’inaudita bellezza,
illuminato dalla sempre eterna luna,
quando l’attenzione cadde su una luce,
una fenditura, in disparte, lantana dai fasti,
che rivelava una sagoma femminile,
confusa, curvata da chissà qual travaglio,
che sporgeasi col capo reclinato.

Provai immediata compassione,
per cui, senza esitare,
mi inerpicai su trecce d'edera secolari
fino al cospetto di ella.
Quando la vidi, il cuor mio palpitò,

sebbene la tristezza l’affliggesse,
il cupo velo non potea celare tanta bellezza.
Rivoli di lacrime le solcavano il viso,
mentre reggevansi su mani delicate,
fissavando angosciata il firmamento,
ansimava con profondi singulti.


Osando:
 “Dea gentile! Perdoni il mio ardire
nel violar la vostra intima sofferenza,

ma il cuore mio, incline a generosa azione,
indifferente non sta dinnanzi al vostro dolore!
Quale grave sciagura poté cagionare
cotanta tristezza e così tanto penare?

Qual mestiere io possa intraprendere per
tentare di sconfiggere il malvagio demone?

che dimora nella vostra anima, ingiustamente?

Lei:
 “Lungi dal mio sconforto mortale giovinetto!
Le mie speranze si dileguano come polvere

al vento, ed io siedo qui derelitta, rassegnata
nella solitudine del mio dolore, inconsolata!”

Lui: “Madonna di rara beltà e dal cor gentile.
Il tuo dolore, ora che ti ho conosciuta, è anche mio!
Mai più potrò tornare al duro aratro,
con in cor l’immagine vostra, inconsolata.
Or che il mio guardo ha contemplata tanta
bellezza, quanto vana mi pare la mi esistenza!”


Lei: Fuggi da questo covo di dannati,
o candido e buon mortale! Quivi l’amore
non vi dimora, ma vanità e prepotenza sono le virtù
cardinali. L’odio anima i sentimenti dei cinici inquilini,

che muovono le umane vicende, con arido spirito,
soffocando ogni speranza in eterni conflitti.
Sono reclusa in queste mura, a patir silente,

il supplizio senza tregua dei condannati.

Lui: Madonna dall’anima sensibile, perché
non disertate da questo abisso? Quale penitenza
vi costringe a sopportare cotanta ingiustizia?
Seguitemi or dunque, io già sento di amarvi.
Col tempo il cuore mio scaccerà la
malinconia. Il viso vostro, già tanto segnato
dal dolore, ritorni infine a ritrovare la
perduta gioia e le dolci speme.


Lei: la vostra volontà non piega la mia natura,
Sono immortale e non mi è permesso
anelare l’effimera esistenza, condannata dagli umani.
La mia pena è tra queste sponde, ad essere
testimone del male, a versare lacrime di
compassione, per chi è colpito da ira funesta.
Il mio pianto è il viatico al paradiso, la guida
verso la luce per chi è perduto. Quindi declinare
non posso al mio dovere! Orsù allontanati
se cara ti è la speranza oltre la vita .


Lui: O Dea della Salvezza! Stella cometa
dell’errante pastore! Tu mi condanni
a perenne sofferenza! Poiché il cuore
mio ora ti appartiene, o mesta luna!
La tristezza pervade già l’anima mia,
come potrei tornare agli affanni della vita,
quando così tanta grazia ho contemplato?


Lei: Dici bene dolce amato, sono la grazia,
per chi è preso dall’arido spirito,
e ha fede di vivere oltre!

Sono il senso dell’esistenza.
Sono l’amore! Nulla è chi vive senza. 

sabato 21 aprile 2012

Il vagabondo

Il mio vestito non ha tasche
Il mio cappello non è bello
Il mio cappotto e tutto rotto
Le mie scarpe cantano a bocca aperta
Guanti senza dita
Maniche rattoppate
Più cha un damerino
Sembro un spaventa passeri
Mi trovi all’angolo della tua strada
Passi e mi guardi con compassione
Ma ti sbagli di grosso!
Non sei tu a farmi la carità!
Sei triste! Ti sorrido!
Tu sorridi, e diventi allegra.
Mi doni una moneta
Ti do il mio cuore
La tua moneta fa rumore
Ma non va oltre il suono
Il mio cuore non fa fragore
Ma penetra come l’amore
La tua moneta nutre il mio corpo
Il mio cuore scalda la tua anima
La tua moneta si consuma
Il mio cuore è eterno
Il mio vestito è quello che sono
Non è la luce dell’oro che scalda
Ma la nera brace, che brucia silenziosa
Il mio vestito non è bello però
Mi copre, accarezzandomi senza pretesi
Fai di me il tuo vestito.

Cio che hai scritto...

Ho riletto mille volte le tue poesie. Le parole sono incasellate in modo da formare un triangolo, la figura perfetta, sacra e magica a molti sodalizi esoterici. In poche righe hai disegnato l’espressione irrazionale dei sentimenti.  L’esplosione di un pathos di inaudita bellezza, che, in crescendo, coinvolge i protagonisti, in modo travolgente, rivelando il loro reciproco amore, senza pretese. Nell'elegia, parimenti, si avverte la fragilità di quel sentimento! Nel tono malinconico delle parole, si anticipa l’epilogo di quell'intimità, che all'apice della tensione, viene interrotta da un alito di vento, parafrasi dell’avverso fato, così la favola finisce! Rimane l’amaro in bocca!
L’agro dolce, perennemente presente nei tuoi scritti!
Però questa volta hai avuto coraggio, e hai dichiarato quello che sentivi dentro di te. Le tue parole non erano aride e disidratate di sentimenti, anzi, il sommo, il più nobile, in qualche modo ti aveva fatto visita, ed era entrato nella tua vita! chi altro poteva essere se non l’amore?
Hai composto poche parole, con il cuore pulsante d’amore, con l’anima di un’innamorata.
Hai composto il poema con lo spirito di colei che guarda sognante il cielo stellato, di una moltitudine infinta di luci scintillanti, ed ansima, invocando il nome del Dio che l’ha svegliata.
E’ caratteristica dell’innamorato velare di tristezza e di malinconia i propri pensieri. Sentirsi ingannati dalla natura e rassegnati al crudele destino, quando la passione che incendia la propria anima è travagliata!
Il tuo poema era un sogno, un bellissimo sogno, tu scossa all'improvviso, complice una semplice folata di brezza, hai ritrovato il tuo inferno.
Un Momento magico frantumatosi davanti ai tuoi occhi, ancora percossi dal brivido d’amore e dalla presenza di quelle immagini oniriche di immensa felicità. ( Claudio Lix)

“O natura cortese, son questi i dono tuoi, questi i diletti sono che tu porgi ai mortali. ….Pena tu spargi a larga mano” (G.L) “La quiete dopo la tempesta”.