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mercoledì 20 novembre 2013

Come un onda......



Anima... io ti amo.
Il mio amore per te
è come la carezza del vento.
che avvolge e sospinge.
In ogni istante della mia vita
avverto la tua presenza,
un’assenza che sfida
le leggi della fisica.
Un pensiero, anzi
sei il pensiero,
che da luce alla mente.
Osservo un astro
e vedo in lui
ciò che sei:
Un bagliore che illumina.
Sei un mare mosso
da vento impetuoso,
ma sotto quel moto
ondoso, c’è la quiete
della tua passione.
Mi sento trascinato
dalla corrente
dei tuoi pensieri,
che, come un fiume
in piena, trasportano
i miei, fino a perdersi e
.. naufragare….
dolcemente...
nel mare infinito
della tua anima....

domenica 17 novembre 2013

Un fiume di parole........



Tristezza, nostalgia, angoscia,
da quando i miei occhi vedono
sono ciò che colgono della realtà,
non sono carenze materiali,
ma persuasione del male di vivere.
Non ci sono punti cardinali
angoli o limiti visibili,
ma uno spazio infinito, che spaventa,
per la grandiosità e immensità.
Un silenzio assoluto che non ha echi.
L’esistenza umana è un’apparenza,
di questa sostanza indefinita,
diviene, come lampi fugaci,
perdendosi nel nulla.
Non un solo pensiero incide,
in questo infinito naufragare.
Abbiamo ucciso Dio,
non si vedono profeti
che annunciano nuove vie.
Non ne vedremo finché
pensiamo e parliamo la lingua
della menzogna secolare.
Il nostro valore è avere,
siamo quello che possediamo.
Incapaci di sofferenza,
La stanchezza è la noia.
Non siamo pura energia,
ma carne che si nutre
della necessita, un peso che dipende.
E tu, di fronte a tanta indifferenza,
continui a crederti il fulcro di tutto?
Illuso, la verità rotonda e perfetta
ti sta dinanzi, anzi ti ignora.
Ti annuncio il nuovo,
togliti i vecchi vestiti,
non esistono leggi, norme
principi, esisti tu, con la
tua volontà di potenza,
che piega il ferro, ma non
la sostanza, che ti avvolge,
che ignora i tuoi pensieri,
e ciò che credi di essere.

mercoledì 13 novembre 2013

Quello che sono...



Difficile mestiere il mio, non trasformo la grezza materia  in oggetti preziosi o d’uso comune, non arricchisco nessuno e, tanto meno, non avvantaggio le mie finanze. Il prodotto del mio lavoro è impalpabile come l’aria e, come l’aria, necessario a mantenere un equilibrio stabile, una condizione senza la quale crollerebbe l’intero castello dei valori che tengono in piedi un sistema.
Mi muovo silente attorno a te, e per te, umile nella sua fiera ed orgogliosa missione, deciso nei suoi passi pesanti, ed, a volte, anche deriso per la sua goffaggine. La paura mi accompagna come l’ombra, ed il coraggio mi guida come un segugio. Non sento più il senso del tempo. Ho perso la memoria del primo giorno.  Sono e basta.
Le attività umane, in tutte le loro variegate sfumature, si sviluppano parallelamente alla mia esistenza, che diventa speranza per i disperati e sicurezza per i pavidi.
Il concetto di pace, in me, non è una idea astratta, non è un aspirazione multicolore da sbandierare come una moda,  è la mia sostanza, un modo di realizzare la mia esistenza, un aspetto forte della mia personalità. Compagna di viaggio perennemente fusa al mio spirito, per la quale ho dato anche la vita.
Opero con determinazione in campi minati, creati dalla scelleratezza umana, e divento la cura per le ansie, la paura, l’isolamento sociale e la perdita di libertà,  mantenendo con estrema difficoltà e compassione, un dignitoso controllo dei sentimenti. Un punto fermo in situazioni estremamente instabili.
Quello che sono, è la realizzazione di un sogno di un bambino, già predestinato, per inclinazione affettiva e per sensibilità, a porsi sempre in fondo alla fila, al margine, come un muro di contenimento.  

lunedì 11 novembre 2013

Gli amanti



NON CERCARE IL SENSO
VIVI LA VITA OGNI GIORNO
IL SOLE E’ SEMPRE NUOVO
IL TEMPO NON ESISTE
ESISTI TU, CON I TUOI LIMITI
I MISTERI TI DISTRAGGONO
L’UNIVERSO NON NASCONDE
MAGIE O POTERI FANTASTICI
E’ MISERA MATERIA IN MOTO
CHE SI COMBINA ALL’INFINITO
NON CI SONO SEGNI DIVINI
NON C’E’ UN PROGETTO
MA FATTI, EVENTI,
CHE AVVENGONO SENZA
ALCUN SENSO, O CRITERIO.
NOI, FENOMENI
TRA FENOMENI,
NULLA DI SACRO.
VIVI LA TUA VITA
NON CERCARE IL SENSO
NON CERCARE IL DIVINO
NON CERCARE I MISTERI
NON PERDERE IL TUO ISTANTE
IN COSE INUTILI,
SE VUOI QUALCOSA
DI SENSATO, ALLORA
CERCA DI ESSERE FELICE.

domenica 29 settembre 2013

L'ordine del dittatore



E' impossibile sfuggire all'ordine
delle parole, del razionale.
Tutto ha senso sotto la sua regia,
La nostra mente, forgiata
dal giogo del concetto,
nulla può contro 
la dittatura del logos.
Siamo funzionari di quella legge
indifferente all'anima,
e ci muoviamo su linee
tracciate dal legislatore.
Vie, confinate entro alte mura,
oltre le quali non scorgiamo nulla.
Eppure gli oggetti, perfettamente
inquadrati in regole e significati,
prevaricati dalla nostra volontà,
avrebbero altri sensi, o nessuno,
L'io è diviso, tra cio che non è
e la prigionia del senso.
Perché tutto deve avere un senso?
Perché cio che è noto, violentato
dal concetto, non potrebbe
essere qualcosa altro
che sfugge alla ragione?
Questo mondo è una possibilità!
Modellato dalla nostra volontà!
La terra non ha bisogno
del battesimo dell'uomo.
Non ha nome, non ha scopo,
nulla di quello che l'uomo gli
ha attribuito ha senso per lei.
L'uomo senza la ragione,
sarebbe un cosa tra le cose,
apparterrebbe alla terra,
alle sue cicliche stagioni,
non sarebbe estraneo nella sua casa,
fino alla fine del tempo.

venerdì 20 settembre 2013

La vita non fa sconti

Speranze deluse,
fardelli fatali che,
come pesi della mente,
affondano 
nel profondo dell'anima.
Sei solo,
sotto la scrosciante 
pioggia dell’indifferenza,
e cammini avvolto 
dall'angoscia.
Lo sguardo è vitreo,
I pensieri, affranti dal dolore
delle ferite, lacerano il cuore.
Respiri il vuoto e
il nulla ti è accanto
come un ombra.

La vita non fa sconti!

lunedì 16 settembre 2013

Nassyria




Il caldo torrido dei tropici gioca brutti scherzi. A quella latitudine la superficie sembra evaporare verso il cielo. L’orizzonte, distorto da roventi miasmi, svanisce in lontananza, sotto lo sguardo attento della sentinella. Le figure bianche degli uomini del deserto, si deformano disegnando linee sottili, candide, che sinuosamente si muovono verso l’alto.
Io ero in sella al carro, bardato con l’elmo e la corazza, esposto al sole senza alcuna difesa, correndo incontro all’aria rarefatte dall’arsura, tra moderne carovane meccanizzate, che pesantemente si infossavano nel selciato.
Il beduino ci osservava con diffidenza, mentre scorrevamo davanti ai suoi occhi scuri, che ci scrutavano intensamente, fino a penetrarci nel cuore.
Il sudore scivolava sul viso teso, perdendosi oltre il mento, più che fenomeno del caldo era l’effetto della paura, che attanagliava l’anima e ci accompagnava in ogni istante, diventando l’ombra delle nostre angosce.
Mi ero distratto un momento, il mio sguardo mascherato da occhiali scuri,  più che proteggere dai raggi del sole ci evitavano l’imbarazzo della nostra presenza, si soffermava su un angolo di deserto, dove bambini, come tanti nel mondo, spensierati si divertivano.
Il loro entusiasmo era contagioso. In loro rivedevo mio figlio, bambino, e lo immaginavo gioioso mentre correva con indosso la maglia conquistata a fatica. Lui, diversamente da loro, non conosceva la mostruosità della guerra.
La guerra è una cosa da adulti, loro la subiscono e basta. Nessuno ha chiesto il loro parere, nessuno ha pensato perché la loro vita è diventata un incubo da cui non riescono a svegliarsi.
Tra loro scorgo uno, più smilzo degli altri, animato dallo stesso entusiasmo, solo l’andatura della sua corsa lo distingueva dagli altri bambini. Lui non correva, ma si trascinava a fatica senza una gamba, attaccato ad una stampella.
Il ricordo di una mina, un momento ludico finito in tragedia.
Non mi è consentito piangere, solo provare compassione.
Ci videro, fermarono il gioco, mettendosi lungo il bordo della strada, ed incantati ci ammirarono mentre sfilavamo in parata sotto il loro sguardo di angeli.
In quel momento mi resi conto chi ero.  Non ero un soldato comune, inquadrato in una carovana anonima di potere, ma un uomo di sentimenti. Una speranza.
Li salutai con un cenno e loro, generosamente, mi elargirono con gioia un sorriso candido.    
La missione continuava, ora mi era chiaro anche lo scopo della mia vita, perché avevo sempre scelto i sentieri più difficili, abbracciando la causa degli esclusi.
In quel momento non mi interessavano le ragioni che ci avevano portato in quella landa tormentata dalla morte.  Quello che contava, in quel istante, era che io ero lì a dare un sorriso a quei bambini.


La missione continuava. Procedevamo sopra catafalchi ferrosi, gommati come cingoli, esposti all’aria afosa dei tropici, infagottati in moderne armature, ideate da stilisti pragmatici, senza concessioni all’estetica, con lo scopo unico di creare un’immagine aggressiva, efficace a suscitare il terrore nel nemico. Omologati esteriormente e nello spirito. Così dovevamo apparire all’ignaro viandante che incrociava timoroso il nostro passo lento, pesante e possente. 
L’arma in mano, il prolungamento delle nostre angosce, puntava minacciosa.
Le braccia robuste, esibite al caldo autunnale, sopportavano stoicamente, senza affanno, il peso di quella preoccupazione. 
Il nemico dove era?
In quell’angolo remoto, animato dall’anima malvagia della guerra, la quotidianità dell’esistenza era considerata fatale.
La minaccia era totale, e poteva  nascondersi dietro lo sguardo innocente di un ragazzo, sotto i vestiti moderni da discoteca, nello zaino svuotato dai libri di scuola.
La minaccia poteva esplodere in ogni istante, in ogni aspetto della vita di ogni giorno.
Da noi, la normalità, è caratterizzata dalla noia, dal ripetersi di gesti meccanici, sottratti alla soglia di attenzione della mente e delegati alla competenza dei nervi.
Lì, invece, un luogo comune, un mercato, un cinema, un autobus, poteva diventare il teatro ideale nel quale la minaccia poteva esibirsi in tutta la sua forza distruttiva.
La quotidianità diventava un’ossessione della mente, la paura di incappare nella morsa cieca del terrore.
Questo è quanto pensavo, mentre vigilavo sul mio carro armato. Per contro, in me, la paura doveva essere soppressa dalla coscienza, perché ero consapevole e, soprattutto rassegnato, di essere un obiettivo, un bersaglio, privo di speranza. La morte poteva prendermi in qualsiasi momento della mia esistenza quotidiana. Speravo solo di poterla abbracciare senza alcuna sofferenza.
Pensai anche al mio amico, quel giorno sarebbe stato il suo compleanno, ci univano anni d’esperienza in comune, di solidarietà verso gli esclusi, e soprattutto la passione per il mestiere difficile e l’attaccamento alla divisa.
E'destino, a volte, che certi avvenimenti trasformano una data qualunque del calendario in un ricordo indimenticabile.
Guardai ancora quei bambini che si erano allontanati per ritornare alla loro normalità, alla spensieratezza dei giochi, dove una carcassa di carro armato era diventato un castello incantato.
Il mio amico li considerava come i suoi figli, diceva che erano dei lumicini di candela in balia dell’uragano, e, pieno di compassione per loro, dedicava il suo tempo libero a quelle fragili luci, desiderando che diventassero fiamme robuste e libere.
Il suo spirito libero mi accompagna sempre ed in me sento ancora la speranza che ardeva nel suo cuore di vedere un giorno la pace esplodere come fuochi d’artificio in quei luoghi sfortunati.
I suoi anni più belli hanno smesso di scorrere quel tragico 12 novembre del 2003.

L.C.